quote rosa?

sono una mamma lavoratrice e la mia azienda ,anche se come molte in una situazione di crisi, è certamente una piccola isola di privilegi per chi ci lavora. qualche giorno fa è passato in ufficio il responsabile territoriale commerciale che  dopo aver parlato con il capo è passato ai sottoposti. con me è stato cortese, freddo asettico e cortese. ha ricordato che ci siamo conosciuti quando ero incinta, ha sorvolato sul fatto che quando ci siamo conosciuti il mio capo gli stava chiedendo un sostituto per me, per alleggerire il mio lavoro che era diventato fisicamente gravoso. mi ha fatto una “intervista” per capire che esperienze avessi in azienda, di che cosa mi occupassi attualmente. avevo di fronte a me quest’uomo con le mani piccole che non mi guardava negli occhi, o forse lo faceva da sotto la montatura dell’occhiale, ma fissando un punto imprecisato al centro della scrivania. l’impressione era che stessi parlando con un contabile, un calcolatore meccanico che registrava le mie risposte e le tramutava in equazione: donna, 35 anni (ahi) sposata mamma (ahiahiahi) attualmente a mezzo servizio perchè sconta il periodo dell’allattamento (….va bè) forse chiederà il part time, probabilmente entro 2 anni metterà in cantiere un altro figlio(…ahiahi ahi ahi!!). corsi, specializzazioni? pochi, nessuno. propensione alla carriera? bassa per i motivi di cui sopra. che fare: investire su di lei? meglio spremerla come un limone,  fra 3 anni si vedrà se avrà ancora voglia di figliare o esaurita l’idea della favola familiare vorrà dedicarsi al lavoro per realizzarsi. questi personaggi fintamente interessati alle risorse umane ( e al prossimo più in generale) mi ispirano tristezza, hanno un basso orizzonte e una pochezza di sentimenti. ne siamo circondati.

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comincia qui

l’ansia da pagina bianca è sempre la stessa di quando andavo a scuola: come comincio? mi ci voleva sempre un pò di tempo per raccogliere le idee frullarle insieme e metterle sulla carta, nero su bianco. quello che vorrei, per questo spazio dal nome evocativo, è superare l’ansia di quello che potrei scrivere e, semplicemente, dirlo. comincio a scrivere perchè l’ho sempre fatto e da quando ho perso l’abitudine a raccontare le mie giornate, a raccogliere le idee e malumori, sento di aver perso di vista anche me stessa. imprigionata in un ruolo o troppo di fretta per riflettere sulla insensata girandola quotidiana? ogni tanto (o forse almeno una volta al giorno) è necessario fermarsi e ascoltarsi. non so se quello che ne uscirà da queste conversazioni sarà meritevole di essere raccontato, intanto comincio.

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