come eravamo

un giorno succede che rivedi una persona dopo anni. la riconosci, sai come si chiama e dove l’hai vista l’ultima volta.  vorresti dirglielo ma non osi. a me capita sempre così.

ci siamo spiate da sotto gli occhiali da sole per giorni, pomeriggi interi sotto l’ombrellone tra secchielli braccioli e costumini da cambiare. e il dubbio se salutare per prima. alla fine l’occasione ce l’hanno offerta i nostri figli: la loro indisciplinata gioia di vivere e di giocare dove capita, anche sotto l’ombrellone altrui disseminando i giochi.

ti sei ricordata il mio nome e dove ci siamo incontrate l’ultima volta. eravamo ragazzine, facevamo atletica leggera al campo sportivo (quando ancora si chiamava) Stella Polare. fa ridere che ci siamo riviste proprio l’anno delle olimpiadi, che ci siamo riparlate nei giorni in cui erano in programma le gare di atletica… noi che usavamo i giri di campo non tanto per riscaldarci quanto per scioglierci in chiacchiere.

sembra ieri, sono passati 20 anni. in tempi di carrambate e richieste di amicizia, mi ha fatto piacere parlarti e intercettarti alla vecchia  maniera (segno dei tempi… nostri??)

eventualmente…

eventualmente… poi vediamo, ne parliamo domani

espressione sospensiva che mi lascia appesa a un filo, legata a decisioni altrui che non posso pensare di intercettare né capire né prevedere né provare a condizionare. aspetto che la notte porti consiglio e la mattina magari ricevere un messo. mi sento come se qualcuno mi stesse facendo un favore.

assenza di certezza, di impegno. volatilità.

è un fil rouge, il corpo del discorso si svolgerà più avanti.

eventualmente ci risentiamo…