odio il calcio

 

Mi piaceva il calcio: da piccola guardavo le partite in poltrona con mio padre, poi con gli amici (almeno quelle della Nazionale). Ho festeggiato per strada con una grande bandiera tricolore e prima al mare con un bagno notturno la vittoria dell’Italia ai mondali di Germania del 2006. Per un pò di tempo ho recensito per un giornale locale le partite dei bambini/ragazzi/ gruppi di amatori che giocavano la domenica sui campetti di quartiere: allora volevo diventare giornalista e mi stava bene fare del praticantato cercando di cogliere un guizzo da campione in uno scatto sulla fascia.

Sono passati degli anni e la poesia di quei ricordi sta sfumando negli urli da stadio di una famiglia tifosa che abita al piano di sopra e che non mi da tregua. Anticipi, posticipi, coppe, amichevoli, triangolari… manco tenessero per una sola squadra, no! quattro squadre per tre persone e ululano ogni volta come una folla di hooligans che bestemmiano in cirillico insultano arbitri e giocatori e trascinano da una parte all’altra del salotto (salotto?!! la loro personale curva sud) le sedie. Praticamente non è possibile guardare un film in santa pace, leggere un libro comodamente sdraiata sul divano che da un momento all’altro s’infoiano e io sussulto: che è successo?? chi gioca stasera? Non basta la serie A italiana, essendo dei veri cultori del calcio come rinunciare a guardare una partita di Liga, di Champions, di Bundesliga, il derby eschimesi contro renne siberiane??!

E stasera che hanno dato il meglio di sé per una caccolosa partita di cartello in cui era in ballo tutto e niente (perché lo stramaledetto campionato ha altre 20 giornate da giocare) sono arrivata alla ferma convinzione di odiare il calcio e tutto ciò che ne consegue. Odio quelli che aspettano … una settimana, il derby per sentirsi vivi, odio la moviola i processi le discussioni infinite, le interviste avanti a cartelloni con 750 loghi degli sponsor, odio le domande cretine dei giornalisti che non sanno più cosa chiedere, odio gli allenatori che anche in caso di disfatta o di sonno profondo della squadra rispondono che hanno interpretato bene la gara ma sono stati sfortunati. Odio quelli che se la prendono con gli arbitri perché è da vigliacchi. Odio gli ultras che ti costringono a non giocare perché lanciano fumogeni o, peggio, minacciano i giocatori. Odio i giocatori tatuati. Chi non è tatuato non è un calciatore. Odio quelli che si mettono con la velina di turno. O con la gieffina. o con la poco-vestita di moda del momento. Odio il giro di scommesse che arricchisce chi le fa e impoverisce chi gioca, odio calciopoli e tutti gli indagati i sospettati e i condannati di cui ci siamo dimenticati che facce hanno e che tutto sommato non hanno ucciso nessuno e ora chiedono i danni.

Dopo questo inevitabile e necessario sfogo, proverò ad esprimere un desiderio: se proprio non è possibile il fallimento del gioco del calcio in toto mi basterebbe il malfunzionamento del decoder dei vicini e possibilmente della televisione così saranno costretti ad andare fuori casa o magari allo stadio!!!

 

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Di 3 in 3

Cara ex collega, con te ho lavorato gomito a gomito per oltre 3 anni in una agenzia di paese, ti ho rivista ieri sera alla cena di Natale aziendale dopo quasi 3 anni. Non sei affatto cambiata: stessa pettinatura, stesso modo di fare distaccato e freddo. Non ci vuole un genio per capire che non siamo mai state amicone. Eppure ancora mi scoccia il fatto che alla terza collega della vecchia agenzia di paese ha mostrato fiera la fede la dito mentre a me hai nascosto entrambe le mani. Ho visto tuo marito perché la terza di noi con un gran senso dell’umorismo mi ha mostrato che ti sei scelta un collega. Alto, posato, carino. Carinamente accanto a te in atteggiamento protettivo ma leggero, non ingombrante. Di mia figlia non hai chiesto niente, io non ho chiesto niente di tuo marito: ufficialmente non so nulla, solo chiacchiere di corridoio. 

Patetico il nostro unico scambio di formali cortesie: “tutto bene?” “Sì e tu? tutto ok?” “tutto bene, grazie”. Patetico, appunto. A dimostrare, come se ce ne fosse stato bisogno, che non ce ne frega un accidente, reciprocamente. Mi domando come sarebbe stata la scena se invece avessi preso la situazione di petto e ti avessi chiesto di tuo marito. O se avessi cinguettato con finto entusiasmo “ma ti sei sposata!!! auguri tesorooooo!”. Scena fintissima ma almeno con un sussulto (lo avrei avuto anche io quando mi avresti risposto “sta parcheggiando, arriva fra un attimo”). Dovrei rilassarmi di più e ricercare l’ironia invece di ostentare noncuranza… è più divertente e stimolante.

Eppoi è Natale (manca poco).