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Un mio contatto su fb ha condiviso qualche giorno fa lo stato di una giornalista romana. Ho riconosciuto la professionista: sono passati vent’anni da quando dividevamo la redazione del minuscolo giornale di quartiere. Io poi ho smesso, nonostante la sbandierata passione avevo avuto un momento di stanca e invece di prendere un periodo di riflessione come si fa spesso nei rapporti d’amore (e in quelli che sembrano tali) ho chiuso il capitolo. Lei invece è andata avanti, ha lasciato presto il piccolo quotidiano e si è inserita come firma nella cronaca locale di una grande testata. Sul social commentava, attraverso un copia incolla di status di altre persone, l’attuale stato di uomo a piede libero con obbligo di firma di un malavitoso romano. Mi sono incuriosita, ho continuato a leggere le cronache agganciate alla sua pagina. Mi sono accorta ben presto che (e adesso giungono molto utili le famose liste di cui cianciavo qualche post fa):
1) è una donna forte coraggiosa retta e appassionata
2) con il suo lavoro ha fatto luce su diverse situazioni di malavita romana
3) che vive sotto scorta da più di un anno per il solo fatto di aver denunciato un fatto di sangue, una sparatoria avvenuta sotto casa sua
4) ha tre bambini e piuttosto che cedere alla paura ha deciso di parlare come il suo mestiere le chiede.
Sono rimasta colpita e ammirata. Ho continuato a leggere perché mi sono accorta che malgrado viva in questa periferia da sempre non ne so praticamente nulla e ho fatto la scoperta dell’acqua calda accorgendomi che pullula di azioni malavitose complesse e diverse da quelle della banda della magliana.
Stamattina, approfittando del bel tempo ho fatto una lunga passeggiata con “l’ultimo arrivato”. Mentre camminavo ho avvertito un senso di disagio: un misto di insicurezza, di circospezione e diffidenza verso ogni persona che incrociavo. Ho fatto il pieno di paranoie mi sono detta ma non sono riuscita a scrollarmi di dosso questa sensazione alimentata poi dalla consapevolezza che questa donna, la mia ex collega, non può permettersi una camminata al sole per guardare i negozi e difficilmente la incontrerò in fila al supermercato (non ancora, almeno). Mi sono domandata se tutti quei negozi che aprono e in sei mesi chiudono sono vittime della crisi o delle estorsioni, se quelli che restano al loro posto sono affiliati al sistema o rassegnati ad esso. Se il mercatino degli zingari che apre i battenti 2 volte alla settimana sia una concessione dei nostri amministratori o una tassa che pagano in cambio della loro incolumità.
Mi domando se è meglio essere ignoranti (cioè ignorare) dei fatti che accadono sotto il nostro naso o darsi una mossa e diventare consapevoli per non essere complici di questa deriva criminale, lottare per quel che è possibile ognuno nel suo piccolo con piccoli esempi di condotta per dare ai nostri figli un segno tangibile di diversità. La risposta sembra scontata invece non lo è… avrei avuto il coraggio di parlare, di denunciare, di sfidare il potere?

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