in cassetta … con il boss

Seguo la cronaca locale, quel poco che basta per sapere che anche qui c’è la mafia, che ci sono gli scontri tra famiglie che si dividono il territorio, e che la pax mafiosa vuol dire che un pò per uno spacciano, ammazzano, prestano a usura e riscuotono il pizzo. Il minimo sindacale per poter fare a pieno titolo il malavitoso.
Due giorni fa arriva in agenzia una coppia che vuole andare in cassetta di sicurezza, chiedo il numero della cassetta e il cognome del titolare. E spero proprio di non aver alzato il sopracciglio nell’udirlo.
Con calma e indifferenza chiedo di vedere un documento. Regolare, in corso di validità e con l’indicazione di professione “commerciante”. Intorno a me neanche l’ombra di un collega a cui lasciare l’incombenza, a molti di loro il nome non dice proprio nulla. In quell’istante non mi si è annebbiato il cervello. Si è proprio spento il pensiero.
Li ho accompagnati in cassetta con disinvoltura, ho preso la cassetta sfilandola dalla sede. Era pesante e l’ho consegnata nelle mani del titolare dicendo semplicemente: aspetto fuori. Ho aspettato 10 minuti interminabili. Meglio fuori che lì dentro, a due passi da loro. Ho pensato a tante cose: a le tante attività criminali che stavano dissimulando al di là del muro, ho pensato che non dovremmo avere rapporti con questi pregiudicati, ho pensato che … ecco finalmente mi chiamano, rimetto a posto la cassetta, il suo peso non è sostanzialmente variato, chiudo tutto. La giornata prosegue senza lasciar spazio ad altre considerazioni sui personaggi locali e questioni legali.
In chiusura il direttore mentre mi controfirma le operazioni di giornata commenta: “sei andata in cassetta con il boss…” Allora qualcuno se ne è accorto! “Già, li ho lasciati soli…” “ecco brava, lasciali soli. Noi non sappiamo niente”.
Non vedo non parlo non ascolto. connivenza. non pestare i piedi al boss.
Vero è che se sta a piede libero che venga in banca o vada in posta non interessa granchè, che se i beni non sono sotto sequestro non interessa che cosa possiede. Che magari gli inquirenti tutto questo lo sanno già. Però mi sento una pedina monca alla quale hanno raccontato la favola di avere un ruolo importante, di sorveglianza della legalità: essere le sentinelle dell’antiriciclaggio, togliere dalla circolazione ed impedire la circolazione di banconote false. Poi entra un boss e gli proponiamo anche la carta di credito.
Così, per non lasciarlo senza spicci.

tre-scimmiette

prodotti locali

Un mio contatto su fb ha condiviso qualche giorno fa lo stato di una giornalista romana. Ho riconosciuto la professionista: sono passati vent’anni da quando dividevamo la redazione del minuscolo giornale di quartiere. Io poi ho smesso, nonostante la sbandierata passione avevo avuto un momento di stanca e invece di prendere un periodo di riflessione come si fa spesso nei rapporti d’amore (e in quelli che sembrano tali) ho chiuso il capitolo. Lei invece è andata avanti, ha lasciato presto il piccolo quotidiano e si è inserita come firma nella cronaca locale di una grande testata. Sul social commentava, attraverso un copia incolla di status di altre persone, l’attuale stato di uomo a piede libero con obbligo di firma di un malavitoso romano. Mi sono incuriosita, ho continuato a leggere le cronache agganciate alla sua pagina. Mi sono accorta ben presto che (e adesso giungono molto utili le famose liste di cui cianciavo qualche post fa):
1) è una donna forte coraggiosa retta e appassionata
2) con il suo lavoro ha fatto luce su diverse situazioni di malavita romana
3) che vive sotto scorta da più di un anno per il solo fatto di aver denunciato un fatto di sangue, una sparatoria avvenuta sotto casa sua
4) ha tre bambini e piuttosto che cedere alla paura ha deciso di parlare come il suo mestiere le chiede.
Sono rimasta colpita e ammirata. Ho continuato a leggere perché mi sono accorta che malgrado viva in questa periferia da sempre non ne so praticamente nulla e ho fatto la scoperta dell’acqua calda accorgendomi che pullula di azioni malavitose complesse e diverse da quelle della banda della magliana.
Stamattina, approfittando del bel tempo ho fatto una lunga passeggiata con “l’ultimo arrivato”. Mentre camminavo ho avvertito un senso di disagio: un misto di insicurezza, di circospezione e diffidenza verso ogni persona che incrociavo. Ho fatto il pieno di paranoie mi sono detta ma non sono riuscita a scrollarmi di dosso questa sensazione alimentata poi dalla consapevolezza che questa donna, la mia ex collega, non può permettersi una camminata al sole per guardare i negozi e difficilmente la incontrerò in fila al supermercato (non ancora, almeno). Mi sono domandata se tutti quei negozi che aprono e in sei mesi chiudono sono vittime della crisi o delle estorsioni, se quelli che restano al loro posto sono affiliati al sistema o rassegnati ad esso. Se il mercatino degli zingari che apre i battenti 2 volte alla settimana sia una concessione dei nostri amministratori o una tassa che pagano in cambio della loro incolumità.
Mi domando se è meglio essere ignoranti (cioè ignorare) dei fatti che accadono sotto il nostro naso o darsi una mossa e diventare consapevoli per non essere complici di questa deriva criminale, lottare per quel che è possibile ognuno nel suo piccolo con piccoli esempi di condotta per dare ai nostri figli un segno tangibile di diversità. La risposta sembra scontata invece non lo è… avrei avuto il coraggio di parlare, di denunciare, di sfidare il potere?